La mattina dopo quella cena, mi svegliai con una cosa che mi ronzava in testa più del rumore dell’officina: la voce di Teresa quando aveva detto “esco come una regina”.
Avevo ancora negli orecchi anche l’altra voce, quella di mia madre, sorpresa e contenta al telefono. E mi resi conto che non era stata solo una serata “bella”, era stata una spinta, di quelle che se le ignori poi ti penti.
Il caffè sapeva di poco, come quando hai dormito male anche se hai chiuso gli occhi per ore. Guardai il telefono e mi venne da ridere amaro: non avevo il numero di Teresa. Non le avevo chiesto niente, perché in quel momento mi sembrava quasi di profanare qualcosa, come se bastasse esserci e basta.
Poi mi ricordai di una cosa semplice: il locale. La ragazza giovane, la cameriera che aveva capito tutto. Il responsabile di sala col blocchetto in mano. Lì almeno qualcuno sapeva chi fosse Teresa.
Mi vestii in fretta e, prima di andare al lavoro, passai dal fioraio all’angolo. Non era una scelta “da me”, io di solito compro bulloni, non fiori, ma mi tornò in mente Paolo e le sue rose gialle “perché portano luce”. Ne presi un mazzetto, non enorme, giusto quello che sta bene tra due mani senza sembrare un funerale.
In officina quel giorno le macchine arrivavano come sempre: gente nervosa, gomme lisce, freni che fischiano, “quanto ci vuole”, “mi serve per stasera”. Io stringevo dadi e ascoltavo motori, ma ogni tanto mi si infilava davanti l’immagine di Teresa che toglieva piano il centrotavola, come se la sua festa fosse diventata un errore da nascondere.
A metà mattina chiamai mia madre durante la pausa, con le dita ancora nere di grasso. Lei rispose subito, quasi come se stesse aspettando proprio quello.
«Ciao, mamma.»
«Ma buongiorno…» disse piano. «Oggi non lavori?»
«Lavoro, lavoro. Solo… mi ha fatto bene sentirti ieri. Possiamo vederci presto? Passo io.»
Ci fu un silenzio breve, quello buono, quello che non pesa.
«Quando vuoi,» disse lei. «Ho fatto il ragù, se ti va. E non dire che è troppo, che poi mi offendo.»
Risi da solo, con un sollievo che mi fece quasi male al petto. Non era una soluzione a tutto, era solo un filo rimesso al suo posto, eppure sembrava già tanto.
La sera, finito il turno, tornai al locale. Era un’altra atmosfera rispetto al venerdì: meno caos, più luce calda, quell’odore di cucina che ti entra nei vestiti. Il responsabile di sala mi riconobbe subito e fece una faccia che non capii se fosse imbarazzo o rispetto.
«Ah… sei tu,» disse, con la penna ancora in mano come se non riuscisse mai a staccarsela.
«Sono io.» Cercai di sorridere. «Senta, ieri sera… la signora Teresa. Vorrei… farle arrivare una cosa. Non mi serve il suo numero, non voglio mettere nessuno in difficoltà. Solo… se torna qui, le può lasciare questo?»
Tirai fuori un biglietto piegato e il mazzetto di rose gialle avvolto nella carta.
Lui mi guardò un secondo, poi sospirò, ma stavolta non con stanchezza: con qualcosa di più umano.
«Va bene,» disse. «Lo lascio alla ragazza. Lei capisce.»
La cameriera arrivò poco dopo, con un vassoio tra le mani. Quando vide le rose, le si addolcì lo sguardo, come se avesse capito ancora prima di leggere.
«Lei è… quello di ieri,» disse.
«Sì.» Mi grattai la nuca, impacciato. «Non volevo che finisse lì. Tutto qui.»
Lei prese il biglietto e annuì.
«Glielo faccio avere,» disse. «E… grazie. Ieri sera, per un attimo, sembrava che il locale respirasse diverso.»
Sul biglietto avevo scritto poche righe, perché le parole lunghe a volte sono un modo per scappare. Le avevo scritto che mi aveva ricordato mia madre, e che se avesse voluto un altro “pranzo-cena vero”, io una sedia la tiravo fuori volentieri, senza feste e senza imbarazzi.
Nei giorni dopo, la vita provò a riprendersi il suo ritmo. Motori, clienti, rumori, la schiena che si lamenta. Però io, ogni sera, guardavo il telefono come uno stupido, sperando in un numero sconosciuto.
Arrivò il mercoledì, ed era quasi ora di chiudere quando vibra la tasca. Numero che non conoscevo. Risposi senza nemmeno pensarci.
«Pronto?»
Dall’altra parte, una voce piccola ma decisa.
«Sei tu che rubi posti ai compleanni altrui?» disse.
Mi si allargò un sorriso così grande che dovetti appoggiarmi al banco.
«Teresa.»
«Teresa,» confermò lei. «Le rose sono gialle, come devono essere. E il biglietto… mi ha fatto piangere, ma non quelle lacrime brutte. Quelle che ti sciolgono il nodo.»
Mi schiarii la voce, perché mi era venuta una specie di stretta in gola.
«Come stai?»
«Oggi meglio,» disse. «E domani voglio stare ancora meglio. Se ti va… vieni a pranzo da me domenica. Non una festa, capisci? Solo tavola apparecchiata e due persone che mangiano senza guardare il telefono ogni due minuti.»
Esitai solo per un secondo, più per abitudine che per altro.
«Vengo,» dissi. «Porto qualcosa.»
«Porta te,» disse lei. «E se vuoi… porta anche tua madre. Ho letto tra le righe. A una mamma fa bene essere chiamata. E a un figlio fa bene ricordarselo.»
Quella frase mi colpì come un colpo secco, preciso. Non accusava, non giudicava. Era solo vera.
Domenica mattina passai da mia madre. Quando aprì la porta aveva ancora il grembiule addosso, e la casa profumava di sugo e cipolla soffritta, proprio come quando ero ragazzino.
«Dove andiamo?» chiese, con quell’aria che fingeva normalità ma aveva gli occhi curiosi.
«A pranzo da una signora che ho conosciuto,» dissi. «È il suo compleanno… diciamo che è successo un casino, e io… ho tirato fuori una sedia.»
Lei mi guardò come se volesse capire se stavo scherzando, poi sorrise piano.
«Finalmente,» disse. «Finalmente fai una cosa che non riguarda una macchina.»
La casa di Teresa era in un palazzo vecchio, con scale consumate e un odore di cera e minestrone nell’androne. Quando ci aprì la porta, indossava un vestito semplice, niente fascia luccicante, ma aveva la stessa luce negli occhi di quella sera.
«Eccoti,» disse. «E questa dev’essere la mamma.»
Mia madre, che con gli sconosciuti di solito è timida, fece un passo avanti e le prese le mani come se si conoscessero da sempre.
«Piacere,» disse. «Io sono…» e si presentò, con la voce che improvvisamente diventò dolce.
«Entrate, entrate,» disse Teresa. «Ho cucinato troppo, come tutte le persone sole che sperano sempre che qualcuno arrivi.»
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